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Consapevolmente inconsapevoli

Quanto siamo realmente consapevoli di noi e della società in cui viviamo? E quanto siamo consapevoli della nostra realtà, delle emozioni, delle relazioni, dell’incapacità di riuscire a controllare il nostro mondo? Ne abbiamo parlato con Damiano Cantone, docente di Storia dell’Estetica presso l’Università degli Studi di Trieste, ma anche traduttore, redattore e filosofo.

Ciao Damiano e benvenuto! Nella tua pubblicazione “I film pensano da soli” ci fai riflettere sulla nostra posizione emotiva quando guardiamo un film. In particolare, ti soffermi sulla nostra illusione di mantenere uno sguardo neutrale, distaccato e asettico di fronte agli accadimenti a cui stiamo assistendo. Un’illusione destinata a durare molto poco. Ecco, spesso sembra che manteniamo lo stesso distacco anche di fronte a ciò che avviene intorno a noi, nella vita reale. Com’è possibile che, finché un evento non ci intacca direttamente, sembri così lontano? Stiamo via via perdendo la nostra empatia e sensibilità verso il prossimo?

Il fatto che il nostro rapporto con la realtà sia mediato da immagini contribuisce molto al senso di distacco emotivo rispetto a quello cui stiamo assistendo. Dico mediato ma sempre di più si potrebbe azzardare “sostituito” da immagini. È difficile essere pienamente coinvolti in una realtà che è prettamente rappresentazionale: e non mi riferisco solo alla cronaca (le guerre, la pandemia, ecc.), ma anche alle relazioni con gli altri, alla socialità.

Prendiamo un piccolo ma significativo esempio, quello della didattica a distanza, che ha riguardato la scuola di ogni ordine e grado. La sofferenza emotiva, il senso di solitudine, il disinteresse e la demotivazione da parte di studenti e docenti ci dimostrano che c’è una differenza tra una relazione “in carne ed ossa” e una mediata, ma ce ne accorgiamo solo quando la seconda viene meno.

Il tema di fondo è forse quello del nostro corpo: vorremmo quasi liberarcene per poter essere iperconessi senza doverci mai riposare o fare altro. Quindi non so se è solo una mancanza di empatia, o se si tratta di una mancanza di pathos tout court, ovvero il fatto che oramai viviamo delle vite completamente anestetizzate, nelle quali il dolore, la sofferenza sono assenti. Non che questo sia per forza un male: ma se non ho il coraggio di espormi anche alle sofferenze e al dolore, difficilmente riuscirò a provare gioia.

Nell’ultimo numero della rivista Aut Aut, di cui sei redattore, ti sei occupato di “cinema e intelligenza artificiale”. Quale pensi possa essere in futuro l’influenza della tecnologia non solo nel cinema, ma anche nella vita e nelle relazioni di tutti i giorni?

Credo sia destinata a diventare la vita e la relazione di tutti i giorni, se non lo è già. Come dicevo prima, la nostra relazione con gli altri e con l’esterno è sempre più mediata, codificata. In un certo senso è il completamento di un processo naturale: abbiamo sempre avuto l’esigenza di modificare l’ambiente esterno per renderlo compatibile con la nostra esistenza, e dunque sempre più simile a noi.

Per usare una formula solo po’ provocatoria, la tecnologia è la nostra natura, il nostro habitat. L’unico problema è che i cambiamenti tecnologici sono infinitamente più veloci di quelli biologici, e questo credo creerà notevoli incompatibilità, anche a breve termine. Senza parlare poi delle disuguaglianze sociali comportate dall’avere o non avere accesso alle tecnologie più avanzate. La sfida del futuro sarà cercare di governare questi processi.   

Sei filosofo, docente, traduttore e redattore. Ma qual è la tua attitudine più vera e profonda?

Non lo so. Spero di non scoprirlo mai.

Il 19 marzo ci parlerai di “consapevolezza”. Si tratta di un concetto molto forte, capace di impattare la nostra vita in ogni scelta, gesto, parola. Ritieni sia corretta la frase: “Se siamo consapevoli di qualcosa, siamo in grado di controllarlo”?

No, anzi. Per esempio tutti siamo consapevoli del fatto di dover morire, ma non possiamo nemmeno evitare la nostra morte, figuriamoci controllarla.

Credo che quella per il controllo sia una delle più dannose ossessioni contemporanee. Vogliamo sapere tutto, controllare tutto, pianificare ogni momento della nostra vita e fare in modo che le cose vadano come abbiamo deciso. Ma non possiamo. A cosa serve allora la consapevolezza? Non ad aumentare il controllo, ma paradossalmente a indebolirlo. A lasciar essere le cose, ad accettarle e a ridefinire costantemente il nostro rapporto con gli altri e col mondo. Dovremmo imparare a essere consapevoli della nostra finitezza, della nostra fragilità e dell’imprevedibilità del tutto, che gli aspetti che controlliamo davvero nelle nostre vite sono pochi e in fin dei conti marginali. Ma questo non dovrebbe farci paura, non dovrebbe farci alzare difese ancora più alte, ma prepararci ad accogliere quello che accade. 

Damiano, ti ringraziamo per le tue parole e non vediamo l’ora di ascoltarti dal vivo sabato 19 marzo sul palco del TEDxUdine | Nove Muse, al teatro Giovanni da Udine. Sarà davvero interessante riflettere insieme a te sul concetto di consapevolezza.

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