Effetto Pigmalione o Voldemort? Tutto sta nel modo con cui trattiamo chi abbiamo davanti.

A volte basta che qualcuno creda in noi quel tanto che basta perché anche noi possiamo farlo. La scorsa settimana, Marzia Gorini ci ha ricordato che per scoprire il nostro talento bisogna partire dalle nostre potenzialità. Ma anche che la presenza o l’assenza di sensibilità e gentilezza possono condizionarne la qualità d’espressione.

Un contributo cruciale alla nostra direzione nella vita arriva dalla scuola, in particolare dagli insegnanti che incontriamo sul nostro percorso. Enrico Galiano, speaker al primo TEDx Salon di Udine, ne ha parlato nel suo talk “Pigmalione vs Voldemort. Quanto un insegnante può cambiarti la vita”.

Muovendosi tra la sua militanza giovanile fra i pulcini del Torre, Fight club, George Bernard Shaw, Harry Potter e Indiana Jones, Enrico ci ha raccontato di come una persona può cambiare il mondo se trova qualcuno disposto a credere in lei.

Il talk sarà presto disponibile online. Nel frattempo gli abbiamo posto ancora qualche domanda per andare ancora più in profondità.

Enrico, quanto i modelli proposti dalla società e dal web influenzano i ragazzi?

I modelli ci sono sempre stati e avranno sempre una grande influenza su quello che scelgono i giovani. Succedeva a quelli della mia età, quando io ero ragazzino, è successo alla generazione dei miei genitori e succederà anche ai nostri nipoti. 

Il problema non è la ricerca di modelli ma la mancanza di una vera educazione al conoscersi, al riconoscere i propri talenti. In questo vuoto è facile che magari si inseriscano le sirene di alcuni modelli. Ma sarebbe peggio non far niente, credere di non avere alcun talento, potresti arrivare a trent’anni senza ancora conoscere qual è la tua strada.

Qual è il ruolo di genitori e insegnanti?

È un ruolo cruciale. Sono determinanti. Un insegnante può cambiarti la vita, ma vale anche per i genitori. Purtroppo sottovalutiamo la nostra centralità nella crescita dei ragazzi e delle ragazze e spesso deleghiamo ad altre “agenzie” l’aspetto educativo. C’è un’eterna battaglia in cui ci sono genitori che dicono «dovrebbero imparare a scuola queste cose!» e insegnanti che rispondono «però se la famiglia non insegna…» e via così. L’unica cosa sensata è lavorare in team. Entrambi hanno la possibilità di essere Pigmalione o Voldemort per i propri figli o i propri studenti. 

Spostiamoci sull’attualità. Possiamo aspettarci che il lockdown e il conseguente distanziamento sociale incidano sulla personalità dei ragazzi, visto che è una situazione singolare un po’ per tutti?

Ho avuto studenti che di solito a settembre non avevano tanta voglia di tornare a scuola. Ma stavolta, quando ci siamo rivisti all’inizio dell’anno, erano felici perché avevano una nostalgia lancinante della scuola. È stato toccante, probabilmente il lockdown gli ha ricordato quanto bene prima non vedevano. 

Quello che sta capitando è un evento epocale paragonabile per impatto a una guerra, cari che vengono a mancare, libertà negate, amicizie che non possono crescere. Ma forse potrà avere sul lungo periodo anche effetti positivi. La tanto vituperata abbondanza – “i ragazzi hanno troppo!” – forse, e sottolineo forse settemila volte, potrà renderli più consapevoli, più forti anche sul valore della scuola. 

Possiamo dire che qualcosa ti manca nel momento in cui la perdi. 

Sì però, vedi, c’è anche il concetto del “di meno” e “del di più”. Stiamo vivendo un periodo “di meno”, di cose che ci vengono tolte. Ci sono tanti effetti negativi ma magari il periodo servirà anche a rinforzare certi caratteri che vivendo solo nel “di più” forse non si rinforzerebbero.

Da professore, noti nei ragazzi la perdita di serietà e di disciplina che viene loro spesso rimproverata?

No. Sono pericolosi luoghi comuni. Sono falsati da una percezione settoriale. È una generalizzazione che magari parte dal fatto di cronaca, dal singolo episodio. Trovi sull’autobus cinque ragazzi maleducati e tutti i ragazzi diventano maleducati. Leggi l’articolo in cui la baby gang ha rovinato il monumento in piazza e tutti i ragazzi diventano irrispettosi. 

Io ci vivo con loro e posso affermare con certezza che sono molto meglio di noi. Vedo invece una stranissima forma di schizofrenia dell’adulto che la sera sui social insulta l’immigrato o diffonde fake news, o al supermercato salta la coda alla cassa e poi davanti al ragazzino che fa le stesse cose – perché i ragazzi ci prendono a riferimento – lo punisce o lo rimprovera. Se ci rendessimo conto di come a volte ci comportiamo, capiremmo che c’è un motivo se ogni tanto vediamo i più giovani riproporre le stesse identiche cose.

Un pensiero che ti suonerà familiare: “sbagliare può causare ferite che a volte impiegano anni a rimarginarsi”. È un bene o un male?

È umano. L’importante è saperlo, soprattutto non fingere che tutti gli errori siano riparabili e che sbagliare faccia sempre bene. Io stesso ho commesso errori che avrebbero potuto compromettere la mia vita. Non ho avuto nessuno vicino o forse io non sono stato capace di parlarne con qualcuno prima di commetterli. Prima di fare degli scivoloni è bene aprirti con qualcuno di cui ti fidi, sfogarti, dare voce all’angoscia esistenziale che è normalissimo provare a quindici anni, a diciotto o a venti. Il pericolo nasce quando uno si sente malato a provare queste cose, perché è normale non sentirsi normali.

A volte ci sembra di aver trovato il nostro talento ma poi scopriamo che era solo un’illusione. Come si può recuperare una disillusione?

La fiducia in te stesso la costruisci con l’amore degli altri. Se sei stato amato da piccolo hai più probabilità di diventare un adulto che amerà se stesso. Viceversa, da grande ti lascerai andare più facilmente alla disillusione, al credere di non valere niente. Bisogna allora chiedersi: “sto facendo una cosa perché cerco l’approvazione degli altri o perché farlo mi da gioia?” 

Nel momento in cui trovi un’attività – occhio, non una passione – che diventa un’ossessione, in cui pensi dalla mattina alla sera come farla, migliorarla, eccetera, non diventa importante ciò che gli altri diranno di te ma ciò che provi mentre la fai. A quel punto paradossalmente diventerà spontaneo che tu davanti alle disillusioni ci provi e ci riprovi fino a che arriverai all’approvazione che stavi cercando ma che in fondo non era la cosa più importante. 

Quando capiamo di aver trovato il nostro posto nel mondo?

È pericoloso credere di averlo trovato. Come dicevano Pascal e Nietzsche, la caratteristica fondamentale dell’essere umano è l’inquietudine, ovvero cercare sempre ciò che gli manca. Nel momento un cui credi di aver trovato ciò che cercavi, smetti di cercare. Ma allora perdi ciò che ti rende più vero, più umano. 

Quindi è necessario sperare di trovarlo ma anche di non trovarlo mai. Il pittore Hokusai, già famoso in tutto il mondo, a novant’anni ripeteva «a me manca ancora molto poco per essere il pittore che desidero essere». Ecco questo è il tipo di percorso a cui aspirare, secondo me, arrivare a novant’anni e avere ancora qualcosa da dire. Forse è proprio quello il tuo posto, quando pensi “mi manca ancora qualcosa da dire”.

Enrico, cosa ti porti a casa dal TEDx Salon?

L’emozione di incontrare esperienze, storie e persone nuove, entusiaste di quello che fanno. È sempre una carica, un’energia in più. Ecco, direi che è stato un evento energizzante!

Difficile non sentirsi motivati a rimettersi in gioco dopo le parole di Enrico Galiano! Il prossimo passo è scoprire gli ingredienti giusti per partire nel TEDx Salon in programma il 21 novembre. Durante l’evento potrai porre le domande agli speaker e partecipare al workshop sul tema. Nel frattempo riceverai del materiale da leggere, studiare e usare per sfruttare al massimo l’occasione. Per partecipare, clicca qui! 

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