Tra il dire e il fare c’è di mezzo… il mettersi in gioco.

Gentile. È la prima sensazione che ho di Ilaria quando ricambia il mio saluto dall’altra parte dello schermo. Sto per intervistare Ilaria Tuti in vista del suo speech al TEDx Udine Salon. Ma so che il suo tempo è prezioso e devo giocarmi bene la mezz’ora che ho a disposizione. 
Eppure Ilaria trasmette tranquillità. Ho davanti una scrittrice che è arrivata ai cuori dei lettori italiani ed esteri attraverso una sensibilità fuori dal comune, che si è messa in gioco dopo trascorsi professionali completamente diversi
Ho preparato una scaletta di domande e spero di riuscire a fargliele tutte. Così, dopo averle condiviso che mi sento un tantino emozionato a poter parlare con lei, le pongo la prima.

Ilaria, i tuoi romanzi sono ricchi di particolari che attingono ad aree come sociologia, criminologia, psicologia. La cura che ci hai messo è evidente ma forse ancora di più il rischio di scrivere di ambiti che non fanno parte direttamente della tua vita. Cosa ci puoi dire della voglia di rischiare?

Quando vuoi seguire una passione e coglierne le opportunità devi rischiare. Difficilmente il tuo sogno si trova nei confini di ciò che conosci, perché è qualcosa così fuori dal tuo quotidiano che non attiene a ciò che maneggi ogni giorno. E te lo dico da grandissima timida che ero. Qualche anno fa infatti, ho dovuto rivoluzionare il mio modo di essere e di pormi. Ho dovuto imparare molto, fra cui parlare in pubblico, che per un timido penso sia la cosa più terrorizzante al mondo.
Mi sono cimentata con dei thriller che erano fuori canone; molto friulani, legati alla natura, non così veloci come ci si aspetterebbe da un thriller. Poi c’era il rischio del secondo romanzo: quando il primo va benissimo, al secondo tante persone ti aspettano al varco, magari per vederti cadere. 
Ho rischiato anche rispetto ai miei studi, totalmente diversi da quello che poi ho realizzato a quarant’anni. Un’età in cui ho scoperto che non è così facile mettersi in gioco. A vent’anni hai l’entusiasmo e l’incoscienza del “non ho nulla da perdere e tutto da afferrare”, a quaranta sei più riflessivo e le piccole difficoltà pesano di più. 
Credo che il rischio stia proprio nel mettersi in gioco in qualcosa di completamente nuovo. Ma dobbiamo seguire la passione. Quando prendo una decisione, la prendo sulla base di ciò che amo fare e del modo in cui lo voglio fare. Tutto il resto dev’essere studiato e organizzato perché i sogni, per essere realizzati, vanno declinati in programmi. 

Ilaria, con le tue storie ci porti dentro i meandri della mente e dell’animo umani. Quando ci mettiamo in gioco, in qualche maniera tutti ci attingiamo. A volte però scopriamo di essere forti, a volte di essere fragili…

Quando ti metti in gioco escono sia le risorse che non pensavi di possedere sia le fragilità che prima cercavi di tenere sotto controllo. Quando è uscito il primo romanzo ho vissuto per la prima volta l’attenzione mediatica. Mi sono scoperta ansiosa, era qualcosa a cui non ero preparata. 
Tuttavia, oggi scrivere significa stare più a contatto con il pubblico che in passato, soprattutto sui social. All’inizio ricordo che ci tenevo a rispondere a tutti, ma sono entrata in un vortice che mi rubava tempo e mi faceva dipendere dal giudizio altrui che, in questi casi, devi prendere con il contagocce e razionalizzare.
Ho così dovuto imparare a tenere un certo distacco dalle cose. Può sembrare brutto a dirsi ma ti salva. Soprattutto se sei una persona che investe più del necessario anche nei rapporti superficiali. Per mettersi al riparo, bisogna imparare a dosare la propria emotività

Scrivere un romanzo richiede un certo impegno. Cosa ci puoi dire sulla perseveranza?

Non bisogna mollare mai. Ma ci sono dei momenti in cui hai dei crolli. Quando un progetto va bene entri in tempistiche da rispettare, sia con l’editore che con il lettore che aspetta di leggerti. L’impegno è grande, fai una promessa. E il tempo per te diventa poco.
Per quasi tre anni non sono andata in vacanza. Avevo la bambina piccola e ho sofferto il fatto di non potermela vivere nel quotidiano perché avevo delle scadenze importantissime. Il lavoro dello scrittore è legato a tante figure professionali che dipendono dalla tua consegna.
Ho avuto delle crisi di stanchezza profonde. Iniziavo a lavorare alle cinque del mattino per consegnare la bozza del primo romanzo e sapevo che mia figlia si sarebbe svegliata un paio di ore dopo chiedendo di me. Ci vuole tanta autodisciplina, che poi è correlata alla perseveranza. Ti devi dare i tempi da solo e non è facile essere guardiani di sé stessi.

Capita di mettersi in gioco quando abbiamo delle idee che pensiamo possano funzionare; ma quando siamo in corsa e non ne abbiamo più, che si fa? Tradotto: ti è mai capitato di finire le idee?

Finora no, ne ho sempre tantissime. Però so che capiterà, capita a tutti. Sono ispirata da tante cose e prima di iniziare a scrivere un romanzo butto giù una scaletta dettagliata su cui poi mi muovo per creare. La scaletta mi garantisce che, nel caso debba cambiare qualcosa in corsa, tutti gli altri tasselli staranno al loro posto senza crollare.
Per trovare ispirazione, in particolare per lo slancio, faccio tutt’altro; mi immergo nella natura, nella fatica fisica che aiuta a pensare, nella bellezza dell’arte. Trovo tante delle mie idee nei musei o facendo delle letture tanto diverse dai thriller che scrivo. Ci si può abituare ad avere ispirazioni. Ma per stimolare l’ispirazione ti devi mettere in moto.       

Dicono anche che l’appetito vien mangiando. Ma se la prima portata non piace, non sempre ci va di assaggiare le successive. A quel punto è meglio alzarsi dal tavolo o rimanere?

Dipende. È molto personale. Io sono una lettrice che non finisce i libri che non piacciono. Una volta mi sforzavo di arrivare in fondo a letture che non mi piacevano perché mi avevano insegnato così. Ora penso che il tempo per ciò che ci piace è talmente rubato ad altre cose che bisogna cercare la soddisfazione e l’appagamento. Certo, non è detto che sia sempre così. 
A volte siamo pazienti, a volte più impetuosi o talmente rilassati che ci va di restare a tavola e provare qualcos’altro. Qualche volta invece siamo stanchi e diciamo adesso basta. In ogni caso bisogna seguire la predisposizione del momento perché influisce sull’appagamento dell’esperienza che stai facendo.

Quanto il “practice makes perfect”? Ossia, chiunque si impegni in qualcosa può raggiungere ottimi risultati anche se non è portato per quello che ha scelto di fare? 

Pensando alla scrittura ti direi sì e no. Mi auguro di non essere la stessa scrittrice fra dieci anni perché è un percorso in cui c’è tanto da imparare dal lavoro quotidiano con i professionisti. Ma anche la tua sensibilità cambia nel tempo e di conseguenza la scrittura. Più si studia, più si fa pratica, più si migliora.
Per dare un po’ di colore alla produzione ci dev’essere sempre un talento naturale che scardina certe regole, che ti spinge un po’ oltre certi canoni. Non serve essere dei geni ma si può essere ottimi artigiani, perché anche nell’artigianato c’è sempre quella componente artistica che può fare la differenza.   

Teresa Battaglia, il commissario di polizia dei tuoi ultimi due libri, è una donna capace di adattarsi pur restando fedele a sé stessa. Ilaria, cos’è la resilienza?

Tanti mi hanno chiesto cosa c’è di me in Teresa. La prima volta sono andata in crisi, la vedevo tanto diversa da me. Ma poi ho capito che è la donna che vorrei diventare. Al di là di tutte le sue difficoltà e dei dolori che ha provato, è una donna capace di provare compassione per gli altri. Una donna professionalmente integra e portatrice di determinati valori.
Penso non sia facile arrivare puri a una certa età pur sbagliando, pur inciampando. Questo secondo me significa essere resiliente. Teresa è capace di non tradire i propri valori. Devi cambiare nella vita altrimenti non sei vivo. Però c’è un nucleo che deve rimanere, in qualche modo, puro.

Nelle storie degli altri troviamo dei tesori che possono darci il là per dare una svolta alla nostra vita. Ma da lì a esprimere il nostro canto, cosa passa?

Ho iniziato a scrivere thriller mossa da un libro di Donato Carrisi che mi ha scosso. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere storie dove avrei potuto approfondire gli aspetti psicologici dell’uomo, il lato misterioso della mente. E stavo vivendo anche un momento particolare della mia vita perché avevo perso mio padre in modo tragico. 
Probabilmente ho cercato nell’evasione, nell’espressione artistica, in altri mondi e in altre storie la spinta a fare della mia vita qualcosa di diverso. Quello che mi ha mosso è stata una crisi che ho riempito attraverso la creatività.  

Dicono che a qualcuno ci vuole un calcio nel sedere affinché si decida a fare qualcosa o per andare avanti nel loro percorso. Tu sembri una persona gentile. Che ruolo può avere  la gentilezza nell’affrontare il mondo?

Per tanto tempo ho percepito la gentilezza quasi come un ostacolo. Veniamo tutti da una società che ci insegna a pretendere le cose, a imporci, a sgomitare… quanti ce lo dicono? A un certo punto però ho deciso che non faceva per me perché mi metteva in imbarazzo, e ho scelto di essere quello che sono. A volte, anziché alzare la voce con qualcuno che lo fa con me, preferisco non parlare. 
Bisogna selezionare le occasioni in cui vale la pena spendere le energie. La gentilezza deve essere riscoperta, ti apre tante porte perché la gente ha voglia di gentilezza e ne ha bisogno. Quando incontriamo una persona che regala tranquillità, in qualche modo riusciamo a essere a nostro agio. È un modo per comunicare da riscoprire.     

I tuoi libri sono ambientati in Friuli. Dei friulani si dice che si trovano più a loro agio “a fare che a dire”. Ma tra il dire e il fare, cosa c’è veramente?

Forse il tema del terzo Salon, il mettersi in gioco. Tutti possiamo essere bravi a parole ma manchevoli nei gesti. Che forse è una caratteristica dei tempi che viviamo, specialmente delle mezze vite che si vivono sui social. Vedo una grande enfasi a farsi sentire ma poi quando c’è da fare sono pochissimi a mettersi in gioco.
Possiamo definirci con mille parole diverse ma poi siamo quello che facciamo. Di più: siamo quello che decidiamo davanti a un bivio. Possiamo avere mille propositi positivi però poi, posti davanti a una crisi in cui dobbiamo decidere come agire, la direzione che prendiamo in quel momento è ciò che siamo veramente.

Un’ultima domanda: nei tuoi personaggi c’è tanta forza interiore. Cos’è che ci spinge a camminare, ad arrivare in cima?

Il desiderio. Desiderare qualcosa che ancora non abbiamo è il motore di tutto; delle relazioni umane, di quelle professionali, in famiglia. Può essere di qualsiasi tipo, piccolo o grande, cambiare nel tempo, restare immutato. Però deve esserci. Dobbiamo continuare a desiderare.

Non resta che iscriverti al terzo e ultimo (per il 2020) TEDx Salon del 19 dicembre per poter ascoltare lo speech che terrà Ilaria Tuti. Durante l’evento potrai porle domande e partecipare al workshop moderato da Marzia Gorini. Nel frattempo riceverai materiale da leggere, studiare e usare per sfruttare al massimo l’occasione. Per partecipare, clicca qui, a presto!

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