DEMOCRAZIA DIGITALE: NE ABBIAMO PARLATO CON QUATTRO PLAYER DELLO SVILUPPO SOFTWARE

Cosa ne pensa di digitale, libertà e società chi sul digitale ha costruito il proprio lavoro? È la domanda che mi sono posto ispirato dalla diretta streaming, organizzata il 2 giugno da 24 TEDx italiani per celebrare il 75° anniversario della Repubblica, su come il digitale ha cambiato il tema dei diritti e della democrazia. Ho preso in prestito alcuni degli interrogativi ufficiali dell’evento, li ho messi insieme ad altri spunti trovati in rete e li ho proposti a Massimo Belluz di Omniaevo, Steve Maraspin di MVLabs, Andrea Pavan di Cogito e Andrea Virgilio di Heply.

Concentrare in un articolo la qualità delle riflessioni di quattro professionisti del digitale non è stato semplice, ma la possibilità di scoprire quattro autorevoli punti di vista del settore vale ogni secondo richiesto dalla lettura. Quindi, buona lettura!

Nella società digitale che si va via via definendo, nascono nuove libertà e nuovi doveri e, ogni giorno, siamo posti di fronte a nuove scelte. Qual è il primo pensiero che ti viene in mente?

Massimo : consapevolezza. Essere consapevoli di cosa implichi ogni azione (o non azione) in un contesto digitale è un diritto e un dovere. È fondamentale immaginare quali possano essere gli effetti e i rischi, cosa comporti per noi e per gli altri, ad esempio, un post inopportuno o una foto condivisa in modo superficiale, o la cessione di propri dati. La consapevolezza richiede la volontà di informarsi e ragionare.

Steve: non siamo più soggetti a comunicazione unidirezionale. Quando dominavano la tv o la radio, erano in pochi a raccogliere le informazioni e a generare la notizia. Oggi, attraverso il web tutti abbiamo la possibilità di reperire informazioni e diffonderle. Affinché da questo potenziale derivino vantaggi e non pericoli, deve esserci una cultura di base orientata alla ricerca della verità (e quindi permeata di spirito critico e responsabilità): sia nella pubblicazione dei contenuti, che nella fruizione degli stessi.

Andrea P: stiamo andando nella direzione giusta. Il primo dovere è avere voglia di imparare a usare nuovi strumenti. Utilizzare un servizio digitale che ti fa sentire più sereno o che ti fa risparmiare tempo significa scegliere il progresso tecnologico. Nessuno però dev’essere ingegnere informatico per poterne fruire. Bisogna proporre sempre la leva più corretta per espandersi e migliorarsi.

Andrea V: parlando con molte persone, anche di età parecchio differenti, rilevo sempre la stessa matrice: sentono il bisogno di fare parte di qualche cosa. Il digitale ti dà la possibilità di frammentare in modo più oculato qualcosa che può essere distribuito. Mi piacerebbe che proprio il digitale aiutasse a frammentare lo scopo, e quindi a darne a tutti una fetta e allo stesso tempo far sì che, a fronte di un impegno personale in tal senso ci sia una rendita valoriale, da condividere con le persone con cui ci confrontiamo.

La civiltà digitale che stiamo costruendo sarà in grado di sostenere le capacità umane, cancellare le vecchie discriminazioni, prevenirne di nuove e aiutare a superare le disuguaglianze?

Massimo: il digitale da solo non cancella discriminazioni e ingiustizie, ma dà la possibilità di rendersene conto, prendere posizione e fare qualcosa. Come buona parte delle tecnologie non colpisce direttamente le scelte profonde delle persone, ma ne amplifica effetti ed estensione. L’accesso alle informazioni, la condivisione e la visibilità possono essere fortemente supportate dalle opportunità digitali.

Steve: attraverso il web abbiamo la possibilità di esporci ogni giorno a contenuti eterogenei, con origini culturali diverse. Il web ci può quindi aiutare nel superare la discriminazione, abbassando gradualmente la nostra congenita ostilità verso ciò che è nuovo, diverso. Dobbiamo comunque stare attenti: sia a non creare barriere tra chi può salire sul treno della digitalizzazione e chi no; sia alla polarizzazione delle idee e delle opinioni – sul web spesso enfatizzata anziché ridimensionata.

Andrea P: gli strumenti digitali sono utili anche per riuscire a combattere le discriminazioni, soprattutto in mano alle nuove generazioni. Nella civiltà digitale, veicolare integrazione e inclusione è più facile e può portare notevoli vantaggi fin dalle generazioni più giovani. Dove gli adulti vedono differenze, ad esempio, i bambini vedono somiglianze perché sono immersi fin da piccoli in un contesto collaborativo che permette di usare il digitale per unire anziché dividere. Ma serve sempre una cultura di fondo che garantisca una tale evoluzione.

Andrea V: è proprio qui che sta la vera sfida della società digitale che stiamo costruendo. Non abbiamo letto abbastanza le istruzioni di questa sorta di installazione che stiamo facendo. La tecnologia per sua natura, discrimina. Se ci pensi, su Spotify, ad esempio, ascolto quello che scelgo mentre con la radio capita di ascoltare anche un genere che non ti piace ma che poi magari scopri di amare. In seconda battuta, credo che il mobile stia creando analfabetismo funzionale. Incontro ragazzi di vent’anni che non sanno usare un pc; il cellulare invece è pensato talmente bene che non ti servono istruzioni. La tecnologia crea la dipendenza dell’ottenere sempre di più facendo sempre di meno. Non so quanto sarà positivo, sarà da vedere.

Considerando l’accelerazione dello sviluppo delle intelligenze artificiali, possiamo aspettarci una società del futuro in cui l’uomo sia al centro e capace di difendere la differenza valoriale tra essere umano e macchina?

Massimo: l’uomo sarà sempre al centro, le macchine probabilmente ridurranno o faciliteranno le attività di “basso valore aggiunto”. Ci saranno più possibilità per le persone di sviluppare nuove abilità, focalizzarsi sulle caratteristiche più “alte” dell’essere umano. L’obiettivo, semmai ideale, dovrebbe essere elevare il valore del contributo di ciascuno di noi al progresso della società, della cultura e dell’economia.

Steve: la psicologia moderna (es. A. Damasio) ci suggerisce che le emozioni giocano un ruolo decisivo nelle scelte fatte dalle persone. Le macchine sono certamente in grado di imparare dai dati. Che io sappia, però, manca (e probabilmente sempre mancherà) loro la capacità di provare emozioni. Per questo, vedo un futuro dove – grazie alla tecnologia – si potrà ridurre il carico di lavoro delle persone, con la riduzione del loro stress e dei loro errori. Ma sono convinto che andrà incontro a grandi delusioni chi è oggi convinto di poter ricorrere all’intelligenza artificiale per sostituire del tutto gli esseri umani.

Andrea P: l’intelligenza artificiale è sempre più immersa negli strumenti e nei servizi di cui beneficiamo, ma è uno strumento e, come tale, deve essere al servizio dell’evoluzione dell’uomo, perché basta un attimo per pensarla non più strumento, ma individuo. Ci sono ancora troppi pregiudizi culturali per i quali sarebbe rischioso dare un valore umano all’intelligenza artificiale. 

Andrea V: è vero che le intelligenze artificiali stanno evolvendo in modo significativo, ma ad evolvere è la capacità computazionale. Per “fortuna” l’uomo sfrutta questa capacità più per fare bitcoin che altro; prova a pensare se tale capacità venissero sfruttate maggiormente in ambito medico: sarebbero molto più utili. Temo quindi che finché l’intelligenza artificiale sarà portata avanti dagli umani siamo abbastanza tranquilli che non ci aspetteranno grandi scenari hollywoodiani di conquista del mondo da parte delle macchine.

Riusciremo a costruire una società che sia in grado di dare a ciascuno la piena consapevolezza delle possibilità, dei limiti e dei rischi per la propria libertà di scelta?

Massimo: la consapevolezza è anche qui la chiave per sfruttare in modo costruttivo le potenzialità del mondo digitale. Dipenderà da ciascuno di noi dedicare l’impegno necessario ad acquisire la capacità di porsi domande, informarsi, ragionare con spirito critico e libero da condizionamenti e preconcetti.

Steve: la piena consapevolezza richiede una base culturale solida. Ritengo imprescindibile uno sforzo da parte di chi governa: sia per regolare l’attività delle aziende private che sempre più andranno a monopolizzare lo sviluppo tecnologico, con relativa ingente raccolta ed elaborazione di dati; sia – soprattutto – nel diffondere la necessaria cultura orientata alla consapevolezza e allo sviluppo di un atteggiamento critico, volto alla costante analisi delle fonti e alla valutazione critica dei servizi digitali disponibili e dei dati conseguentemente raccolti.

Andrea P: credo ci sia un discorso culturale tutto italiano per cui si possa immaginare un avanzamento cauto. Se pensiamo all’informazione, la gente spesso legge solo il titolo di un articolo, e il rischio è trovarsi a giudicare attendibili informazioni approssimative dandogli la stessa valenza di altre pubblicate su una rivista scientifica. Conquisteremo la consapevolezza di possibilità, limiti e rischi nel momento in cui il digitale diventerà uno strumento come un altro.

Andrea V: prima dell’undici settembre, tu salivi in aereo senza nemmeno pensare che potesse accadere una cosa del genere. Adesso per te è prassi fare la coda per passare sotto il metal detector. Forse, passata la pandemia da Covid-19 sarà normale arrivare in un’azienda e aspettarsi il gel per disinfettarsi le mani. La consapevolezza temo arriverà dopo un grosso impatto, per capire dovremmo sbatterci il naso contro.

Siamo capaci di mettere tecnologia, dati e tutto quello che la rivoluzione tecnologica sta producendo oggi al servizio delle persone?

Massimo: I principali attori della rivoluzione tecnologica sono delle aziende che devono rispondere a leggi di mercato, produrre profitti per alimentare il proprio funzionamento, le evoluzioni e la ricerca. Gran parte della tecnologia attuale è a servizio delle persone, ma sono proprio questa tecnologia la “merce” che viene venduta e produce profitti. Sta a noi valutare se questa transazione sia equa, e di nuovo, dobbiamo parlare di consapevolezza.

Steve: Siamo capaci di farlo se teniamo in debita considerazione la cultura e la conoscenza, e quindi il valore del sistema educativo per le nuove generazioni. Il progresso tecnologico in questo momento è più veloce della crescita culturale e, storicamente, dove questi non sono andati di pari passo abbiamo registrato risultati disastrosi per la società. Si pensi all’avvento delle armi da fuoco in contesti socialmente poco sviluppati. Se saremo in grado di raggiungere – come società – un grado di cultura sufficiente, e di conseguente consapevolezza sulle potenzialità ma anche sui rischi dei moderni strumenti digitali, allora ecco che certamente ci saranno enormi benefici per tutti.

Andrea P:  dipende dalla percezione della necessità. Oggi molta gente usa lo smartwatch per pagare perché fa risparmiare tempo, ma alla sua uscita molti l’hanno guardato con cinismo. C’è bisogno di un passaggio intermedio, magari di soluzioni ibride affinché tutti possano capirne i benefici e adottarle. Tuttavia, guardando all’Italia, grandi blocchi come il lockdown sono capaci di farci recuperare in relativamente poco tempo gap digitali che ancora soffriamo rispetto a altri paesi esteri.

Andrea V: dipenderà da chi governa la tecnologia, che per me è un’arma bianca. Bisogna lavorare sulla consapevolezza delle persone, perché temo che oggi stiamo tenendo il coltello dalla parte della lama; non ci siamo ancora tagliati, ma confido nel fatto che qualcuno ci faccia presente che bisognerebbe tenerlo dall’altra parte.

Che ruolo hanno e avranno i big data nella società, in particolare rispetto alla libertà di scelta?

Massimo: non vedo particolari rischi per la libertà di scelta. I big data sono strumenti per acquisire in modo sempre più raffinato i comportamenti, affinare modelli e fare previsioni. Rispetto al passato, rilevo la tendenza a ridurre i bisogni indotti e artificiali a favore dell’intercettazione delle libere scelte degli individui. Certo, più è semplice e immediato accedere a un servizio o acquistare un bene, più è probabile che lo facciamo. 

Steve: dipende dall’uso che ne verrà fatto. Abbiamo avuto esempi poco virtuosi, in cui i Big Data sono stati impiegati per individuare soggetti fragili e che sarebbe stato dunque semplice manipolare. Ma dai big data è possibile sviluppare anche applicazioni virtuose, ad esempio nella medicina, o nell’ambito della prevenzione degli infortuni o degli errori fatali. In queste situazioni – anche ove l’impiego di Big Data avvenga da parte di aziende private – la libertà di scelta può essere valorizzata anziché essere messa a repentaglio.

Andrea P: durante il lockdown sono stati sollevati molti interrogativi rispetto alle scelte nella vita lavorativa e privata. Abbiamo raccolto tanti dati che però vanno interpretati in base alla cultura che possediamo. Dobbiamo in ogni caso essere sempre pronti a farlo nel caso sia di problematiche inattese che di pura evoluzione. 

Andrea V: il rischio insito nei big data è che io possa falsare l’algoritmo portando un flusso di dati elevato. Tempo fa, una quantità elevata di utenti si erano organizzati per suggerire una traduzione alternativa di una parola a Google Translate. L’algoritmo di Google ha deciso che la traduzione alternativa era quella giusta, ma, in realtà, la traduzione era un insulto in quella lingua. Si sono accorti del problema e l’hanno risolto, però è chiaro che l’algoritmo non ha coscienza, non ha cultura, ragiona su numeri.

L’intelligenza artificiale può avere un ruolo nello sviluppo della democrazia e, se sì, è possibile attribuirgli responsabilità?

Massimo: il perimetro di responsabilità è territorio di filosofi e giuristi. Da un punto di vista più tecnico, oggi l’intelligenza artificiale è qualcosa di straordinariamente efficace; riesce a estrapolare concetti ma è ingenua, facile da ingannare scientemente e non è consapevole del contesto più ampio. L’uomo quindi deve ricoprire il ruolo di “adulto responsabile” che sorveglia e interviene per evitare danni, così come un genitore è responsabile delle azioni di un figlio minorenne, per quanto possa essere intelligente.

Steve: demandare completamente la responsabilità? No. Se pensiamo di ricorrere all’intelligenza artificiale per valutare elementi sulla base dei quali una persona può essere giudicata innocente o colpevole, il giudizio potrà essere migliore, in senso oggettivo. Mancherà comunque la componente emotiva che solo una persona (giudice) può dimostrare. Credo dunque che l’elemento umano sia oggi insostituibile in una società, in una democrazia. Le tecnologie possano chiaramente rappresentare forti alleati. 

Andrea P: attribuire oggi all’intelligenza artificiale una responsabilità al cento per cento aprirebbe il dibattito su chi comanda chi. Decidere se l’intelligenza artificiale potrà garantirci equità è difficile da stabilire adesso, perché al momento non è altro che una parte della nostra evoluzione digitale. Da qui a breve non mi aspetto un futuro alla Terminator, ma un mondo dove avere più tempo, essere più liberi e avere più controllo sulle nostre vite.

Andrea V: la tecnologia ha già delle responsabilità indirette che possono essere gli algoritmi che pompano le fake news. Parliamo invece di responsabilità diretta quando l’algoritmo sceglie di fare vivere una persona all’interno di un’auto a guida autonoma, che rischia di uscire di strada per salvare il bambino che sta attraversando distrattamente; chi sceglie cosa è giusto e cos’è sbagliato? Bisognerà capire chi controlla il controllore. Quando avremo la risposta potremo sperare in un’applicazione positiva dell’intelligenza artificiale.

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