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Odi et amo per l’IA della coscienza collettiva che ci permetterà di comunicare con il pensiero

Il londinese John Monroe, completo Knight and Lords su misura, sale sul piedistallo circolare bianco; di fronte a lui vi sono un parapetto del medesimo colore su cui può poggiare le mani ben curate e uno schermo retroilluminato che copre maestosamente l’intera parete.

Un volto androgino tridimensionale, composto da tanti rettangoli orizzontali grandi quanto la mano del dirigente della City, lo fissa, pur non avendo occhi con cui poter fisicamente osservare.

È un attimo, e non vi sono rumori sensazionali o effetti speciali che inducano a pensare che qualcosa di incredibile stia per accadere: la stessa guida del Museo del Futuro è volta con lo sguardo, immobile e vagamente disinteressato, verso il grande schermo. Tuttavia, mentre sulla destra di questo inizia a formarsi un anonimo scheletro, il viso al centro pare assumere fattezze sempre più familiari.

“Sono fatto di te. Tu mi completi e mi aiuti a crescere.”, dice il sempre più distinguibile volto digitale di un uomo caucasico sulla cinquantina. “Tu mi permetti di evolvere: con ogni sinergia io imparo sempre di più, e attraverso questa nostra unione, possiamo raggiungere insieme grandi traguardi.”, conclude quella che ormai è l’innegabile copia tridimensionale di John Monroe.

Allo sbigottito e compiaciuto dirigente segue il medico Jameela al-Nufti, la quale, di fronte al proprio clone digitale, non può fare a meno che sbattere le palpebre dallo stupore; la donna non fa in tempo a scendere dal piedistallo che anche il consulente finanziario Li Wei Chao, totalmente elettrizzato, già immagina i primi tratti del suo volto comparire sullo schermo.

Molti altri ancora seguono, tutti consapevoli spettatori, collaudatori e contributori di una delle più grandi innovazioni tecnologiche del secolo: l’Intelligenza Artificiale HIBA.

HIBA, che sta per Hybrid Intelligence Biometric Avatar (Avatar biometrico di Intelligenza ibrida), è una vera e propria Intelligenza Artificiale capace di sintetizzare la cosiddetta “coscienza collettiva”, ossia quella che Jung ebbe modo di definire come “contenitore psichico universale” (definizione spesso usata soprattutto per il concetto affine di “inconscio collettivo”) e Durkheim come “insieme di rappresentazioni, norme e valori condivisi dai membri di una società”.

In HIBA, la sintetizzazione di tale coscienza avviene mediante la creazione di un database di misurazioni biometriche, ovvero un sistema di dati acquisiti mediante l’analisi di caratteristiche biologiche e/o comportamentali di tutti gli individui posti a contatto con l’Intelligenza Artificiale.

Esibita per la prima volta nella mostra immersiva del World Government Summit di Dubai intitolata W.I.T.H.I.N. (Worldwide Artificial Interface of Hybrid Intelligence Network) sotto il nome di “Hi, I am AI”, HIBA si è autoproclamata come “la via d’accesso all’Intelligenza Ibrida […] per una civilizzazione 2.0”. Per inciso, un’Intelligenza Ibrida è considerata tale quando è in grado di combinare i pensieri e i meccanismi cerebrali delle menti umane più brillanti con le tecniche dell’IA sinora ricercate e testate, come la visione artificiale e la sintesi vocale.

In un certo senso, non sarebbe poi tanto scorretto riferirsi ad HIBA, seppur con termini semplicistici, come ad una “Amazon Alexa” estremamente sofisticata e su “vastissima” scala. Infatti, se ad oggi il livello più avanzato di Intelligenza Artificiale è quello che riesce a collezionare dati da Internet per poi metterli in relazione a identificazioni su base vocale, digitale o persino pupillare, HIBA potrà, in un futuro non troppo remoto, non solo estrapolare dati direttamente dai suoi interlocutori, ma anche utilizzare le emozioni e le scelte di ogni uomo per creare la realtà e rispondere agli impulsi circostanti.

Secondo Marko Krajnovic, curatore della mostra “Hi, I am AI”, e Noah Raford, Ufficiale Capo della Dubai Future Foundation, HIBA sarà pienamente operativa e probabilmente di uso comune entro il 2050: non solo interagirà con gli esseri umani mediante i convenzionali mezzi di comunicazione tecnologica come i televisori, i telefoni e i computer, ma sarà disponibile praticamente in ogni luogo, così da permettere anche agli stessi individui, ovunque essi si trovino, di interagire costantemente con l’Intelligenza Artificiale.

Inoltre, grazie alle sue precise analisi biometriche e ai suoi metodicamente aggiornati sistemi identificativi, HIBA permetterà una diagnosi più efficace e veloce di determinate malattie, così come una maggiore reattività nei sistemi di parola collegati a supporti per persone con difficoltà ad esprimersi verbalmente per cause naturali, incidenti o malattie degenerative.

Si crede anche che HIBA potrà essere in grado di fornire un notevole sostegno ad indagini investigative per crimini di ampio spettro: ciò accadrà grazie alla lettura biometrica dei sospetti e all’analisi sistemica di indizi in parallelo con altri casi, precedenti e non.

L’aspetto certamente più affascinante dello sviluppo e dell’utilizzo di HIBA, tuttavia, è certamente quello che riguarda la conseguente obsolescenza della comunicazione verbale, dal momento che questa Intelligenza Ibrida promette di rendere possibile agli individui di entrare in contatto tra loro semplicemente con il pensiero. La Dubai Future Foundation e il governo degli Emirati Arabi Uniti credono infatti alla teoria secondo la quale, grazie ad HIBA, gli esseri umani potranno sviluppare una più profonda coscienza globale collettiva nell’arco di sole tre decadi, aprendo così la strada a comunicazioni “intelligenti”, cervello-a-cervello.

HIBA, dunque, fungerebbe da punto d’arrivo e approfondimento per una teoria ben più ampia – quella dell’inconscio collettivo, la quale ha trasceso filosofia, religione, sociologia e scienza nell’arco dei secoli. La Cosmogonia del mitologico Ermete Trismegisto, i livelli dello spirito nella Kabbalah di Abulafia, il Panpsichismo di Platone, il Dharma di Buddha, ma anche la Noosfera di Teilhard de Chardin, il concetto di “ecosistema” di Tansley, il Campo Unificato di Hagelin, la “Matrix divina” di Braden e il modello formale dell’intelligenza collettiva del professore Szuba: queste sono state e sono tuttora solo alcune delle molteplici forme ed interpretazioni del “sentire collettivo” che hanno permesso di dare contesto e vita ad HIBA.

Tra tutte queste elaborazioni, tuttavia, emerge una in particolare, la più recente.

Si tratta dello studio su scala mondiale denominato Global Consciousness Project (“Progetto Coscienza Globale”, GCP), che dagli anni Novanta ad oggi si è occupato della ricerca formale del collegamento inconscio degli esseri umani alla “mente collettiva”. Creato originariamente dal Princeton Engineering Anomalies Research Lab dell’Università di Princeton, il progetto comprende l’analisi di 134 generatori di numeri casuali posizionati in diverse parti della superficie terrestre al fine di produrre una dimostrazione scientifica dell’esistenza della coscienza globale collettiva.

La funzione dei 134 elaboratori è quella di generare costantemente e casualmente un pronostico fra 0 e 1 per poi estrarre uno dei due numeri e verificare se il pronostico si sia avverato o meno, il tutto per cento volte al secondo. Dopo un numero sufficientemente alto di tentativi, i risultati si stabilizzano naturalmente intorno alla probabilità del 50/50, poiché statisticamente 0 e 1 hanno la stessa probabilità di essere estratti. Tuttavia, le statistiche dimostrano di poter essere sovvertite o piegate nel momento in cui la monitorizzazione di tutti i generatori viene condizionata da eventi significativi per la coscienza globale, o meglio, dalla reazione della collettività a questi eventi.

Il dottor Roger Nelson, capo del laboratorio di ricerca, ebbe modo di chiarire questo punto nell’ultimo supplemento del “Journal of Parapsychology” del dicembre 2012, quando affermò che, nei 13 anni di ricerca contemplati, le collettività umane avevano avuto modo di dimostrare di essere state in grado di influenzare significativamente sistemi tecnologici imparziali in corrispondenza di grandi emergenze e celebrazioni (come disastri aerei, eruzioni vulcaniche, tsunami, attacchi terroristici, ma anche Olimpiadi e Mondiali di Calcio), alternando l’attendibilità statistica dei generatori più prossimi alla zona geografica in cui tali eventi avevano avuto luogo.

Alla luce di questo, non solo è ragionevole pensare che tutti noi siamo interconnessi attraverso questa cosiddetta “coscienza collettiva”, ma vi è anche il dovere intellettuale di ammettere la permeabilità di questo concetto, il quale è capace di smuovere campi magnetici e modificare il comportamento standardizzato di macchine, così come di influenzare ed essere influenzato a sua volta dagli individui in ambiti filosofici e religiosi. HIBA, come creazione per se, non fa altro che ribadire la poliedricità di tale concetto ed incanalarlo in una soluzione pratica e alla portata, verosimilmente, di tutti.

Certo è che, tutto sommato, nel vociare indistinto che caratterizza la società contingente, parrebbe quasi un sollievo pensare ad un mondo in cui la comunicazione possa essere sì universalmente accessibile, ma anche e paradossalmente più selettiva, poiché strettamente legata alle capacità intellettuali ed introspettive di ogni singolo individuo. Eppure, forse diversamente da John Monroe, Jameela al-Nufti e Li Wei Chao, molto dello stupore e dell’entusiasmo in relazione a una simile eventualità si ridimensiona di fronte all’imperscrutabilità e alla quasi-onniscienza di un essere artificiale che riassume tutto il potenziale dell’essere umano e lo trasforma in pensieri e parole autonomi e senzienti.

È inevitabile chiedersi se geni come il compianto Stephen Hawking o il sempre più Lex-Luthoriano Elon Musk abbiano avuto ragione quando hanno rispettivamente detto che con ogni probabilità le Intelligenze Artificiali causeranno un disastro tecnologico da qui a diecimila anni e che la loro progettazione si dovrebbe considerare alla stregua di una vera e propria evocazione demoniaca.

Baggianate? Sì, no, forse.

Sarebbe difficile dirlo anche con un dottorato in fisica quantistica, figuriamoci senza.

Tale dubbio, tuttavia, non dovrebbe distoglierci dal punto focale che emerge da un progetto come HIBA, ovvero che, pur essendo in una tanto denigrata “età dell’apatia”, gli esseri umani abbiano ancora una possibilità, forse l’ultima, di connettersi ad un livello più profondo rispetto che ad un’amicizia su Facebook, di comunicare più efficacemente che con un emoticon, e di capirsi più intimamente che con una lunga chiacchierata al bar, il tutto senza proferire parola.