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Umanista, artista, Keith Haring.

Keith Haring: se non lo conosci, lo hai già sentito, e se non l’hai mai sentito, hai quasi sicuramente  visto le sue opere.

Nato nel 1958 in Pennsylvania, divenne famoso all’inizio degli anni ’80 grazie ai suoi graffiti nelle metropolitane e sui marciapiedi di New York City. Lo fece colmando il divario tra il mondo dell’arte e quello della strada e combinando la giocosità e la marcatura del disegno di cartoni animati come quelli di Walt Disney e della Warner Bros. Cartoons con l’energia cruda degli artisti della non convenzionale Art Brut.

 

Così facendo, Haring sviluppò un’estetica pop distinta da qualunque caso precedente o contemporaneo: i contorni fluidi, spessi e audaci di immagini piene e stilizzate a tutto campo con lui divennero simboli di lotta, riscatto e denuncia contro lo sfruttamento e la sottomissione, ma anche occasioni di riflessione a riguardo dell’abuso di droga, del neoliberismo, dell’armamento nucleare, dell’AIDS e della società stessa.

 

Gran parte del lavoro di Haring era infatti estremamente politico, e i mezzi e i formati da lui utilizzati servirono per rendere i suoi messaggi e le sue idee conosciuti, discussi e affrontati a livello capillare e da ogni strato sociale. Il suo famigerato murale “Crack is Wack”, per esempio, venne eseguito in un parco giochi utilizzato da spacciatori e drogati nel quartiere malfamato di Harlem: in questo caso, la sua opera quasi si rivolgeva ai diretti interessati, condannando il rapido aumento dell’abuso di droga nella città, pur non esprimendo giudizi sull’esistenza e i conflitti dei suoi consumatori.

 

Keith Haring conosceva gli uomini: dai bassifondi ai grattacieli ne carpiva le sfaccettature e, senza giudicarle, le esponeva di fronte ai loro occhi, risvegliando qualcosa dentro loro.

 

Lui, più di ogni altro, ebbe modo di indagare la condizione umana affermando la centralità dell’individuo in un mondo sempre più artificiale, meccanico e pragmatico.

“L’esperienza umana è fondamentalmente irrazionale” diceva Haring: riteneva che l’Artista, in quanto tale, avesse la responsabilità di continuare a celebrare l’antropocentrismo in tutta la sua complessità ed imperfezione; credeva che, fino alla fine, l’Artista avrebbe dovuto opporsi strenuamente alla disumanizzazione del pianeta.

 

Il pittogramma antropomorfo e senza volto, il bambino e il cane: la sua arte era ed è neoumanistica, nel senso che molti dei simboli da lui utilizzati hanno svolto da rappresentazione tanto del singolo quanto dell’umanità. Nel 1985, in uno dei suo lavori non titolati, Haring disegnò un globo terrestre inserito in un enorme cuore rosso; entrambi i simboli erano circondati da raggi e retti da due mani sopra una parata festante. Con quest’opera, Haring pareva dire che il mondo intero si sarebbe potuto circoscrivere in un aura d’amore, solidarietà e comunione collettiva.

 

La sua era una visione che molti avrebbero visto come contrapposta a tutte le opere risalenti all’anno precedente, il 1984, ma che in realtà non faceva altro che essere loro complementare. Il pessimismo delle sue opere non sottotitolate che hanno per protagoniste figure antropomorfe con teste sostituite da computer dalle schermate inquietanti di dollari e crocifissioni, altro non rappresentano che il terrore per una società sempre più disconnessa dalla sua umanità e sempre più connessa alla rete, al capitalismo e ai falsi dei della modernità. Un terrore, questo, che comunque non sopisce nemmeno nell’aura solidale e di compartecipazione degli individui.

 

E poi, sempre nel 1984, un’altra sua opera non titolata parve sintetizzare ulteriormente la sua visione della complessità dell’individuo e della società stessa. Una figura umana arancione si stagliava precaria su uno sfondo uniforme azzurro; le braccia allungate trafiggevano il busto e la testa, collegando il cuore e il cervello, quasi a riconciliarli, perché, come scriveva Haring, “il puro intelletto senza sentimenti è inutile e addirittura potenzialmente pericoloso.”.

Un po’ come l’essere “essere umani” significa condividere, amare e partecipare, ma anche dissentire, odiare ed isolarsi.

 

Haring desiderava incorporare l’arte in ogni parte della vita, rendendola un’esperienza naturale, togliendola dal piedistallo di un museo e restituendola agli uomini, un po’ come un novello Prometeo. Lo voleva fare per dare agli uomini la possibilità di rivedersi, ricrearsi e quasi capirsi.

Lo si comprende anche dal murale “Tuttomondo”, dipinto nel 1989 proprio in Italia, presso la Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa: la pace e l’armonia emergono da complessità di colori e forme, infinite intersecazioni e collegamenti; sono l’interazione con gli altri e, soprattutto, con se stessi.